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| Alessio
Varisco |
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«La superficie della tela è il campo aperto dove tutto può accadere: ogni quadro è dunque avventura, manifestazione delle inquietudini che il pittore può far nascere o può riscoprire ciò che è perduto. Le opere di Alessio Varisco, oli e tecniche miste, riflettono anzitutto dell’attesa e della ricerca che è genesi di ogni quadro: non mera considerazione di un progetto di massima bensì processo di conoscenza a partire dalla reiterata -potremmo dire- “ossessione” di domanda e della conseguente risposta mai definitiva e appagante se non alla luce dell’antropologia occidentale e considerevolmente degli echi delle Scritture. |
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E’, dunque, una pittura para-romantica in quanto non vuole esser solo espressione dei sentimenti -e sarebbe “Sola Stupor”-, ma neppure “razionalista”, elaborazione di progetti e calcoli complessi è soprattutto pittura che riflette su sé, sulle possibilità di rappresentazione, esplorazione perciò di quanto la forma-colore, compatta a tocco, possa raggiungere in termini di forza espressiva e di meditazione senza nulla concedere alla decorazione. La pittura di Varisco mira ad essere profonda, mai esteriore o di superficie, ma a comunicare contenuti. Una pittura-gnosi che analizza in profondità e con l’intensità dei gesti per giungere a svelare forme di contenuti eminentemente primordiali, ascetiche, assolute. Partiture monocrome di triangoli e geometrie puntute, alcune appena incurvate, a inseguire punti esterni caratterizzano i lavori che vanno dal 1992 al 1997, per la gran parte registrazione di basilari modelli di comunicazioni, o meglio -come sottolinea l’autore- “Minuti segni dell’epistemologia di un linguaggio troppo spesso afono”. Tre sintesi del parlato: semplice, secco e contorto. Le stesse geometrie, elaborate, divengono “percorsi” (composizioni delle comunicazioni) triangolazioni luminose si ergono verso un punto di fuga che è il “vertice”, delle umane aspirazioni o forme elementari di croci, ascesi e direttissime verso la luce profonda e pura. Masse iridescenti, scorporate come da un cono ottico contraddistinguono i “Percorsi”, eppure fortemente compatti e tenaci, forza e simbolo della tenacia che nasce dalla sete di luci e di bagliori. Non mai resistenze o limiti, solo distese e bagliori di luci, geometrie minimali, tinte sottratte al caleidoscopio, stesure policrome dalla forza luministica sferzante sono i caratteri dei lavori degli ultimi due anni. Un’opera
in particolare, di considerevoli dimensioni, del settembre 1998, “Ritorno
al Padre di tutti” (illustrazione della Lettera di Carlo Maria Card.
Martini) esprime l’esigenza luministica; costruire la pittura significa,
a suo modo, comporre masse iridescenti: strie di luce, essenziali e frammiste
a colori dell’arcobaleno. Questa opera risulta paradigmatica per
la pregnanza dell’intelaiatura di pensiero, essa è pilastro
di un tentativo di rappresentazione “seriale” di numerosi
e ciclici “Percorsi” che non possono che essere esplicitati
e non vogliono restare possibilità teoriche. La immagine è
costruita in maniera equilibrata con giuste contrapposizioni cromatiche
che creano quasi una composizione cristallina. Segni piatti di pennello,
corposi, danno alla composizione il senso dell’impegno di fibre
energiche impegnate a cambiare. Il destino ed il senso della raffigurazione
è “l’andare verso”, quella gnosi che richiede
impegno. Considerevoli riflessioni si debbono altresì evidenziare per il ciclo delle Theotokos, dal greco antico Madre di Dio, del 1998: l’architettura è molto flessuosa e nella prima esperienza bi-croma, poi nelle successive tri-crome, ci si riferisce di uno spazio evanescente, aereo che esprime la profondità del mistero argomentato. Sull’ampio fondale chiaro, il segno diventa secondario e cede interamente alla distesa cromatica che danza animatamente l’evento dell’incarnazione del “logos”. E’ silenzio attorno! Protagonista è un “virgulto” centrale ondulato. Le successive esperienze cromatiche mostrano la loro partenza da quella “Mandorla”, modello archetipico, segno metaforico di ascendenze iconografiche medievali che contornavano l’immagine classica della Vergine. Anche se profondamente diversi mi viene ora da pensare a paesaggi astratti che, fin dalle esperienze giovanili, dalle masse lisce, pregne, compatte di colori gettati e stesi a spatola, faceva ballare segni a semplificarne la vegetazione, essenzializzata. In Doppio mare rosso, l’utilizzo di spatole, a campiture piatte verticali leggermente oblique, ci dice la soluzione linguistica intrapresa: pochi elementi naturalistici -ad eccezione del solo colore- e conseguentemente l’inversione del discorso che -qui, nella descrizione fenomenica della realtà- rimane solo intorno alla pittura. Sola pingendi ratio... La ricerca continua a manifestarsi e rinnovarsi nelle sue opere, l’esigenza di creare-conoscendo, mossa da una sete “di virtute e canoscenza”, la decorazione presso ché nulla ora sostituita dalla giustapposizione sulla superficie di bande luminose e fragili, dal tempo fermato, sono l’emblema, quei segni ruvidi e materici, di nuovi eventi: appaiono così forme libere, sinuosamente gaudiose, che rimandano a dimensioni del cuore. “Allusività dell’anima -mi sento di dire- che nascono in un modo forse inconsapevole, non volute né cercate, ma estremamente spontanee, libere e fatalmente inarrestabili”. La rigida struttura verticistica rivela immediatamente l’affinità formale con l’oggetto della raffigurazione, la Siepe, con le sua perenne potenzialità di sfida all’infinito, di confronto dialogico fra lo spazio arbusteo e il vuoto tramonteo (dicotomie pigmentose e simboliche). Un segno secco, incisivo, quasi un graffio, inciso sulla superficie grezza, simile a terreno cretoso morso dal sole; il medesimo stacco “sonoro” appare in Brughiera, ove tracce di colore oscuro si fondono in ombre di una cortina d’acque sul fondo contro la luce ocrea-abbagliante di un bagliore pomeridiano caldo, afoso. Si
presentano sempre più visioni di luci, presenze oscure di architetture
sparire nel contesto “natura” indecifrabili perdersi in un
unico piano “Accidentali forme trovate e rimaste a mente -se dovessi titolare la sezione, che invece è priva di indicazioni contenute negli scritti del Varisco il quale ci obbliga a doverci immettere nei suoi pensieri, sforzandoci di liberare le idee e non costringendoci, come tanti, alle loro congetture-”, sedimentarsi man mano sulla tela, manifestarsi rivelate nell’esasperata ricerca di conoscerle e possederle guardando dentro. L’opera
di Alessio Varisco conferma: da un lato componenti spirituali e culturali
che indicano la posizione che muoversi nell’animo di ogni soggetto
bramoso di verità profonde ed inespresse, dall’altro la primitività
di linguaggi e segni che sottintendono la “comunicazione”
e sono la base dei rapporti, anche, interpersonali. CHIARA RITA BENEDETTA, Coordinatore Editoriale Orvieto,
9 settembre 1999 |
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