LA CHIESA NAZIONALE DEI CAVALIERI DI SANTO STEFANO A PISA  
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Sua Altezza Imperiale e Reale SIGISMONDO D’ASBURGO LORENA Arciduca d’Austria, Principe reale d’Ungheria e di Boemia, Granduca titolare di Toscana con il Cav. Prof. Dr. ALESSIO VARISCO
 
 
 

 
 

Santo Stefano Papa e Martire e i suoi Cavalieri a Pisa

Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire

 pagine a cura del Cav. Prof. ALESSIO VARISCO, Direttore di Antropologia Arte Sacra

 

La chiesa di Santo Stefano dei cavalieri in Pisa è intessuta di storia delle vicende della Regione Toscana e dell’omonimo Ordine fondato dalla Casa de’Medici. Si rende necessario tratteggiare alcune tappe della Sacra Religione peraltro attiva nel Mediterraneo contro le scorrerie piratesche.

L’Ordine Militare e Cavalleresco di Santo Stefano Papa e Martire fu fondato a Pisa da Cosimo I de' Medici, Granduca di Toscana. L’Ordine fu approvato il 1° ottobre 1561 da Papa Pio IV[1] e stabilì che l'Ordine osservasse i dettami della Regula Benedicti[2]. Il Pontefice chiese altresì che fosse fregiato della croce rossa a spicchi con punte lanceolate e si chiamasse “Ordine di Santo Stefano Papa e Martire” in onore alla vittoria sulla città di Siena[3] durante la battaglia condotta da Cosimo il 2 agosto 1554, appunto nel giorno della festa del Santo. Oggi il “Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire” è un ordine cavalleresco-dinastico di collazione della I. R. Casa Granducale di Toscana, così come l'Ordine di San Giuseppe e l'Ordine del merito civile.

Il primo Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano fu Cosimo e poi i suoi successori, i Granduchi di Toscana. La dedica a Santo Stefano Papa e Martire deriva dal giorno della vittoria di Cosimo nella Battaglia di Montemurlo (2 agosto 1537)[4].

La religione fu posta sotto la protezione di Santo Stefano Papa e Martire poiché il 2 agosto - giorno della sua ricorrenza- Cosimo I de’ Medici aveva conseguito due importanti vittorie militari sconfiggendo le truppe francesi guidate da Piero e Filippo Strozzi a Scannagallo (1554) e a Montemurlo (1557), che gli avevano permesso di consolidare definitivamente la Signoria Medicea su Firenze e di riuscire ad elevarsi da principe di uno stato cittadino a sovrano di uno stato regionale grazie all'annessione dei territori della repubblica di Siena.

Il Nunzio Pontificio Mons. Cornaro nel Duomo di Pisa -durante durante una solenne e suggestiva cerimonia-vestì solennemente Cosimo I de' Medici, per se e per i suoi discendenti, dell'Abito di Gran Maestro del Sacro Militare Ordine di S. Stefano Papa e Martire. Era la mattina del 15 marzo 1562 e si consacrò la nascita –plateale e scenografica- dell’Ordine mediceo.

La solenne cerimonia d'investitura di Cosimo I ebbe luogo nel Duomo di Pisa, sede della cattedrale in quanto l’edificazione della Chiesa Conventuale -ove poi avvennero tutte le successive grandi cerimonie dell'Ordine- venne iniziata dal Vasari nel 1565 e completata nel 1569.

L'inizio dell’Ordine è segnato dalla partecipazione a battaglie di difesa –come già descritto dalle finalità-, ma la più grande e significativa partecipazione dell’Ordine di Santo Stefano fu Battaglia di Lepanto del 1571 cui fattivamente prese parte sostenendo l’impresa con ben dodici galere. La flotta -guidata dal Generale Pontificio Marc'Antonio Colonna- concorse a sconfiggere l'armata turca –in maniera determinante-, e stette nel Mediterraneo fino ai primi decenni del Settecento, quando alcuni dei cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano intervennero alla crociata in Morea del 1716 - 1719.

In principio l’Ordine era segmentato in tre classi che riprendevano quelle della Religione di San Giovanni di Gerusalemme (Sovrano Militare Ordine di Malta) ed era costituito quindi di: Cavalieri Militi di Giustizia (alcuni dei quali titolari di Prebende o Recettorie), vi erano poi Cavalieri Sacerdoti di Obbedienza (alcuni nobili ed insigniti di benefici, altri invece Cappellani di Obbedienza che risiedevano nel Convento di Pisa) e Cavalieri o Frati Serventi (divisi in Serventi d'Arme - ammessi per grazia e che prestavano effettivo servizio militare-, e Serventi d'Offizio che non erano propriamente cavalieri). Inoltre La l'Ordine poteva insignire della “mezza croce” donata a persone benemerite.

I requisiti per essere ammessi erano molto rigidi. Difatti erano richiesti: la nascita legittima, la buona condotta morale, l'età maggiore di 18 anni[5], la nascita in luoghi individuati in maniera ufficiale come “città” e la nobiltà dei casati di ciascuno dei quattro avi[6]. A questi numerosi requisiti era altresì richiesto il godimento di un patrimonio tale da permettere di realizzare alle obbligazioni connesse con l'appartenenza all'Ordine[7].

I Cavalieri all'atto dell'investitura dovevano emettere le solenni e rituali professioni di “carità, castità coniugale e obbedienza” previste dal Capitolo secondo degli Statuti[8].

Nell’anno 1565 furono aggregate all'Ordine –a quel tempo solo maschile- le monache di San Benedetto di Pisa. Un altro monastero di Benedettine –sempre dipendenti dall'Ordine- fu fondato a Firenze nell’anno 1588 sotto il titolo della “Immacolata Concezione”.

Le monache benedettine dipendenti dall’Ordine vennero chiamate “stefaniane”. Essendo l’Ordine di tipo dinastico anche queste avevano l'obbligo di essere nobili e indossavano un abito ed uno scapolare di lana bianca, divisata con la croce rossa di Santo Stefano.

Data la pregnanza della liturgia nell’Ordine di San Benedetto le monache indossavano nel coro -e nelle grandi cerimonie solenni- una cocolla con grandi maniche foderate di taffetà incarnato.

Le badesse avevano una vistosa croce di velluto rosso, mentre le converse l'usavano di sargia e di dimensioni molto più ridotte.

Il Gran Maestro dell’Ordine era coadiuvato nel comando dell'Ordine da un Consiglio ristretto -detto "dei Dodici"- formato da 12 membri scelti fra i cavalieri militi ed i sacerdoti nobili, dei quali cinque aventi il rango di Gran Croce erano scelti per cinque anni dal Capitolo Generale.

I cinque uffici elettivi erano quelli di Gran Priore del Convento, Gran Connestabile, Gran Cancelliere, Tesoriere Generale e Conservatore Generale

Le cariche di Gran Commendatore, Ammiraglio, Grande Ospedaliere, Priore della Chiesa Conventuale e quelle di Priore e Balì erano a vita[9].

L'invasione della Toscana da parte dei rivoluzionari francesi accadde nell’anno 1799, mentre la rinunzia al trono di Ferdinando III fu il 9 febbraio 1810.

Con il trattato di Luneville venne istituito il “Regno di Etruria” ed il governo fu assegnato a Lodovico di Borbone Parma[10]. Questi accettò -su esplicito invito del Granduca esiliato- il quale temeva le possibili ripercussioni per la Toscana in caso di rifiuto da parte del Borbone di assumere il nuovo trono.

Il 4 ottobre 1801 -nel corso di una cerimonia solenne- fu celebrata nella Cappella Maggiore di Palazzo Pitti a Firenze dal Priore Angelo Frassoni l’investitura di Gran Magistero stefaniano e così Re Lodovico I assunse il governo del Sacro Ordine di Santo Stefano Papa e Martire[11].

Tale magistero e le relative nomine furono sempre considerati legittimi dai successivi Granduchi di Toscana e confermati alla Restaurazione, quando Ferdinando III emanò il 15 agosto 1815 emanò un Decreto di Ripristinazione dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano.

Dopo la grande restaurazione europea, ripreso il possesso del Granducato di Toscana, il Granduca Ferdinando III perfezionò l'Ordine il 22 dicembre 1817. Da questo momento in avanti la gerarchia modificò i titoli dei gradi di cui era composto l'Ordine: “Priore di Gran Croce”, “Balì di Gran Croce”, “Commendatore” nonché “Cavaliere”, quest'ultima classe divisa nei ceti dei “Cavalieri di Giustizia” e “Cavalieri di Grazia”.

Non passò neppure mezzo secolo e l’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire fu soppresso. Con l’avvento del Governo Provvisorio di Toscana nell’anno 1859 venne dichiarato Ordine equestre straniero confondendolo -forse con malafede- con l'omonima istituzione cavalleresca austro-ungherese. Questo provvedimento non fu in grado di avere alcun valore effettivo. Il Governo provvisorio di Toscana dettò una soppressione con enorme entusiasmo forse sulla scia di una riuscita –anche se azzardata- congiuntura politica. Resta il fatto che la croce dell'Ordine fu concessa dal Sovrano in esilio come pure dai suoi successori nella loro qualità di Capi della Casa di Toscana e di Granduchi titolari di Toscana.

L’attuale Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire è S.A.I.R. l'Arciduca SIgismondo d'Asburgo Lorena -Granduca Titolare e Gran Maestro degli Ordini Dinastici della Casa di Toscana- ha riformato e gli statuti dell'Ordine con il Decreto del 23 gennaio 1993 allargandolo anche alle Dame, in linea con altri Ordini Equestri e Cavallereschi.

Croce del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire _ Ch.mo Cav. Prof. ALESSIO VARISCO

L’insegna dell'Ordine di Santo Stefano[12] consta di una croce -pomata d’oro- ottagona e smaltata di rosso -accantonata da gigli fiorentini d’oro-, sormontata dalla corona reale. Il nastro che consente di poterla indossare è di colore rosso.

 

Croce del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano Papa e Martire _ Ch.mo Cav. Prof. ALESSIO VARISCO

 

 

 

[1] Con la breve “Eximiae devotionis” con lo scopo di difendere la Fede, presidiare il Mediterraneo dalle scorrerie barbaresche e rendere liberi quei cristiani caduti schiavi dei turchi.

[2] È con la bolla “His, quae pro Religionis propagatione” –datata 1° febbraio 1562- che l'Ordine fu posto sotto la regola di San Benedetto. I compiti, i privilegi e le qualità del Gran Maestro vennero invece ulteriormente indicati dalla Bolla Papale “Altitudo divinae providentiae” del 5 giugno di quello stesso anno. L'Ordine nacque quale “Ente Religioso di S.R.C.”, indipendente per questo aspetto da qualsiasi giurisdizione secolare e non suscettibile di essere abolito senza il consenso della Santa Sede.

[3] La guarnigione imperiale fu sollevata nel luglio del 1552 e si impedì l’ingresso a Siena, la città riuscì così a cacciare l’avanzata ormai imminente delle truppe francesi.

Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze, capiva che per il consolidamento del proprio potere era diventata ormai di cruciale importanza la conquista di Siena, alleata della Francia e fiera oppositrice del potere mediceo e dell’ingerenza imperiale, dove i fuorusciti fiorentini trovavano rifugio e sostegno.

Dopo il fallimento di una spedizione guidata dal vicerè di Napoli, Don Pedro, fra l’autunno e l’inverno del 1553 Cosimo si preparò dunque a condurre personalmente la guerra per la conquista della repubblica senese. Per studiare la strategia dell’attacco, il duca di Firenze si fece fare un modellino della città da sconfiggere. Affidò la spedizione al capitano imperiale Giangiacomo de’ Medici marchese di Marignano, mentre Piero Strozzi, maresciallo di Francia e luogotenente generale in Italia, comandava le truppe francesi e senesi, nelle cui fila c’erano anche molti fuorusciti fiorentini. Nella notte fra il 26 e il 27 gennaio 1554 il Marchese di Marignano partì da Poggibonsi con le truppe ducali e imperiali verso le fortificazioni senesi. Era al comando di 4.500 fanti, 100 muli carichi di 20 pezzi di artiglieria, 2.000 guastatori, circa 400 cavalieri spagnoli. Durante il cammino ordinò una sosta a poche miglia da Siena, per fare indossare ai suoi uomini la camicia bianca necessaria nei combattimenti notturni. Fece dunque partire l’assalto al forte senese fuori di Porta Camollia. I quaranta uomini del corpo di guardia, colti addormentati, furono facilmente sconfitti e catturati.

Dopo mesi di combattimenti, il 2 agosto 1554 l’esercito del marchese di Marignano vinse clamorosamente le truppe agli ordini di Piero Strozzi, nella piana di Scannagallo presso Marciano in Val di Chiana. Lo scontro si concluse con perdite ingenti per l’esercito franco-senese: 4000 morti e altrettanti feriti. La maggior parte dei vessilli nemici (103 su 130) furono presti dalle truppe mediceo-imperiali, portati a Firenze ed esposti diversi giorni nella basilica di San Lorenzo.

Cosimo era a Firenze in piazza Santa Trinità, quando un messo lo informò dell’importante vittoria: in ricordo di tale momento il Medici fece erigere sul luogo la Colonna della Giustizia, un monolito di granito orientale proveniente dalle terme di Caracalla a Roma donatogli da papa Pio IV.

La vittoria di Marciano fu decisiva per la conquista di Siena. Dopo mesi di assedio, il 17 aprile 1555 la città stremata si arrese; la popolazione da 40.000 abitanti si era ridotta a 6.000. Il 21 aprile le truppe medicee e imperiali fecero il loro ingresso a Siena. Il 13 giugno da Bruxelles giunse la ratifica imperiale dell’atto di sottomissione della repubblica senese a Carlo V convenuta a suo nome da Cosimo I de’ Medici.

Nel frattempo si era reso necessario conquistare anche la roccaforte di porto Ercole dove si erano rifugiati numerosi senesi con soldati francesi e tedeschi. Il 20 giugno, dopo ventiquattro giorni di assedio ininterrotto e la conquista delle fortezze di Sant’Ippolito, de Lo Stronco e de L’Avvoltoio, i mediceo-imperiali piegarono qualsiasi resistenza. Piero Strozzi con un gruppo di uomini fuggì ritirandosi nella rocca di Montalcino, dove resistette per altri quattro anni di combattimenti.

Il 3 luglio 1557 Filippo II, vicario dell’imperatore in Italia, concesse a Cosimo I l’investitura feudale dello stato Siena e di Portoferraio. Lo Stato dei Presidi sulla costa (Monte Argentario, Orbetello, Talamone) rimase invece alla Spagna.

Il conflitto franco-asburgico, tenuto su più fronti, si concluse nel 1559 con il trattato di Cateau-Cambrésis, che sancì definitivamente il predominio spagnolo in Italia. Con esso Cosimo vide confermata dai privilegi imperiali l’annessione dello stato senese e di Portoferraio al territorio mediceo, ad eccezione dei porti a sud della Toscana compresi nello Stato dei Presidi. Inoltre, in base a tale accordo la Francia cedeva Montalcino e i territori non ancora assoggettati alla Spagna: infatti il 4 agosto 1559 i “difensori della libertà” della repubblica di Siena asserragliati a Montalcino abbandonarono la rocca e fecero giuramento di fedeltà davanti al procuratore di re Filippo II, don Giovanni de Guevara. In virtù dell’investitura dello stato senese al duca di Firenze, il rappresentante spagnolo passò quindi tali possedimenti ai rappresentanti medicei Agnolo Niccolini e Federigo da Montauto.

[4] La Battaglia di Montemurlo è avvenuta il 2 agosto 1537 -in pieno Rinascimento- fra la Signoria Medicea -rappresentata dal duca Cosimo I- ed i fuorusciti repubblicani, oppositori del regime di Casa Medici, capitanati da Filippo Strozzi e Baccio Valori, proprietari rispettivamente della di Villa Strozzi e della Villa del Barone. La battaglia ebbe come panorama di sfondo la bella Rocca di Montemurlo e la sottostante pianura. Secondo gli storici del tempo le truppe di Cosimo I contavano circa diecimila fra cavalieri, fanti e soldati mercenari –fra cui particolarmente Spagnoli e Tedeschi-. Contro questo esercito organizzato e ben disposto dai lucidi capitani Alessandro Vitelli e Piero Colonna, sotto l'egida del cardinale Cibo, nulla poterono gli archibugi e le artiglierie di Piero Strozzi, figlio di Filippo e al comando delle truppe dei fuorusciti fiorentini. Filippo Strozzi con i suoi fedeli, asserragliato dentro le mura del castello della Rocca, fu trovato dai fiorentini e spinto ad arrendersi a causa di un incendio che, acceso al portone principale d'accesso, ben presto si diffuse anche alle stanze superiori e al cortile. Cosimo I giustiziò i prigionieri: il giorno 20 agosto nel Bargello furono decapitati Baccio Valori, il figlio Filippo e il nipote; Filippo Strozzi sembra che dopo un periodo di prigionia si uccise in cella, disposto a morire pur di non tradire la sua patria ed i suoi compatrioti. Alla battaglia di Montemurlo seguì l'unificazione della Toscana sotto la Casata dei Medici di Firenze.

[5] L’unica eccezione consentita era per i paggi del Gran Maestro e quelli ai quali egli avesse concesso la "venia aetatis".

[6] Era perciò richiesta la nobiltà per 4/4 che doveva esser comprovata allegando al documento di nascita lo stemma gentilizio dipinto sulla seta.

[7] La donazione annua per i membri della prima classe era di 300 scudi.

[8] Questo il formulario professato dai cavalieri del Sacro Ordine di Santo Stefano: «la carità è sovvenire al Prossimo; la castità, o veramente pudicizia, è non conoscere carnalmente altra donna che la propria moglie la quale possa prendere il Cavaliere secondo gli ordini della S. Chiesa Cattolica [...]; l'ubbidienza vuole che ciascuno di questa Religione, con buon animo, diligentemente e volentieri eseguisca tutte le cose che dal Gran Maestro e suo Luogotenente, ed altri superiori, secondo gli Statuti e Capitoli, saranno comandate».

[9] Salvo la facoltà del Gran Maestro di esigere le dimissioni.

[10] Questi era il figlio di Ferdinando di Borbone, Duca di Parma.

[11] Fu –fino ad allora- l’unica interruzione dinastica alla nomina di Gran Maestro dell’Ordine che poteva considerarsi mediceo.

 


 
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