«Quanti modi di dipingere, quanti modi per dipingere. Vi è anche quello di abbandonarsi al segno, di lasciarsi andare al colore, e di iniziare un dialogo oltre le parole con i sentimenti che segni, colore e parole indicano ma che solo la pittura evidenzia. Questo, per me, è Varisco.
Cerchiamo l’assoluto, e maceriamo la mente nel tentativo di depurare al massimo – quasi fossimo monaci Zen – i nostri complessi elaborati dovuti al contesto complesso ed elaborato in cui viviamo. Eppure è così semplice: basta sentire. Questo per me è Varisco.
Così me lo intuisco genuino e schietto, robusto e
dolce all’un tempo, delicato sensibile e forte. Che è mai questo? È come il
cavallo, che è un animale sensibile e forte, dolce e forte, gentile e forte:
corre libero per i campi ma sa combattere in aspre battaglie reggendo il
cavaliere catafratto: il bene e il male, la gioia e il dolore. Ecco perché
Varisco dipinge con acutezza cavalli, e sa restituircene tutti questi aspetti
con un sol segno, un solo animale raffigurato.
Poi c’è il suo amore per la natura. Par quasi stemperare i paesaggi in un ruscello di montagna, non soffermandosi su dirupi e anfratti ma dolcemente restituendo il sentore del fieno essiccato, dell’acqua fresca. Non insiste nel particolare: suggerisce. Non violenta la tecnica: l’asseconda. Non intende mostrare una sua bravura nell’accademia formale, ma coglie la poetica del momento scelto, e ce la fa gustare. Per questo, prima volta nella mia vita e unica volta, ho scritto un testo senza elaborarlo, senza rileggerlo, senza correggerlo, di getto così come è uscito.
Poiché per uno che come me ama i dolci, e divora i gelati, ecco: questa pittura è come una torta con crema e castagne e cioccolata, oppure una Sacher... Non accusatemi di rendere gustosa la pittura, è Varisco che ce la rende gustosa, per il nostro piacere bambino di mangiare dolci e sonetti e sogni.... Questa è per me la grande arte di questo semplice, genuino e poetico pittore di paesaggi e cavalli, di momenti astratti e di sensazioni dell’anima. E ne abbiamo proprio tanto bisogno, in un tempo come l’attuale, buio triste feroce e senza fede».
Prof. Gabriele
Mandel
Direttore emerito dell’Istituto
di Storia dell’Arte
all’Università IULM di Milano